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Dimenticate la narrazione edulcorata dei telegiornali che celebrano i "contrappesi democratici" come una garanzia di stabilità. Quella che ci viene venduta come una vittoria istituzionale è, in realtà, il sintomo più acuto di una patologia politica evidente: il Parlamento e il Governo stanno abdicando sistematicamente al loro ruolo di legislatori responsabili. La politica ha scelto la scorciatoia dell'emergenza permanente, delegando al Quirinale il compito scomodo di fare da argine a leggi scritte male e pensate solo per fare notizia.C'è un'immagine plastica di questa deriva, ed è la solitudine istituzionale di Sergio Mattarella. Immaginate il Colle non come un palazzo di potere, ma come un salvagente umano gettato in mezzo a una tempesta di improvvisazione normativa. Da un lato la preoccupazione dei cittadini per il logorio degli equilibri democratici; dall'altro la fatica silenziosa di un Presidente costretto a raddrizzare continuamente la barra di un Paese che naviga a vista tra decreti omnibus e annunci spot.Se pensate che lo scontro sulle funzioni di polizia giudiziaria ai militari sia un incidente di percorso isolato, i numeri dicono l'esatto contrario. Siamo di fronte a un metodo di governo standardizzato. A ottobre 2026, la XIX legislatura ha già eguagliato l'intero record della legislatura precedente, toccando la quota monstre di 146 decreti-legge emanati, con un ritmo medio impressionante che ha persino costretto Palazzo Chigi a richiami interni per evitare di ingolfare le Camere
Ma il dato politicamente più rilevante non sta nella quantità, bensì in ciò che avviene dietro le quinte del Quirinale. Poiché il rifiuto formale di firma è un'arma nucleare che si usa raramente, il Colle è costretto a un lavoro industriale di moral suasion: una correzione preventiva, informale e costante di testi scritti male o palesemente incostituzionali prima del via libera definitivo. Solo negli ultimi mesi abbiamo assistito a questo copione ripetitivo: dal freno sulle norme per i rimpatri assistiti, fino agli altolà sui blitz emendativi per il finanziamento ai partiti e le Corti d’appello, passando per l'ultimo Decreto Sicurezza, dove la chirurgia costituzionale del Quirinale ha dovuto espungere i poteri speciali ai 500 militari di Milano e cancellare il fermo preventivo per i minori
Questa non è normale dialettica istituzionale. La statistica ci dice che il binario dell'urgenza e dello "spot normativo" ha sostituito l'ordinaria produzione delle leggi, trasformando la presidenza di Sergio Mattarella nel più grande ufficio di editing e correzione di bozze giuridiche della storia repubblicana
Si inseriscono norme ad effetto (come l'impiego dei militari nelle strade)
concepite primariamente come spot elettorali o di comunicazione politica. Si utilizza lo strumento del decreto-legge, forzando i requisiti di straordinaria necessità e urgenza pur sapendo che l'ossatura tecnica presenta falle costituzionali.
Si scarica sul Quirinale l'onere di correggere, limare o cassare le parti in aporia con la Carta Costituzionale, trasformando il controllo preventivo in una stampella per la maggioranza di turno.
Il vero pericolo di questa deriva non risiede nella burocrazia farraginosa o nella presunta mancanza di addestramento specifico dei reparti militari impiegati nelle città. Il vero vulnus è culturale e sociale: l'abitudine progressiva ad assuefarsi all'uso dell'esercito per la gestione dell'ordine pubblico interno, come se fossimo cronicamente in uno stato d'eccezione. Quando l'eccezione diventa la regola, a svuotarsi non è solo il testo dei decreti, ma il senso stesso della democrazia parlamentare.

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